Archivio Museo Cesare Mattei


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Cenni Storici

Rocchetta Mattei

CENNI STORICI


Il castello è stato edificato a partire dal
1850 dal Conte Cesare Mattei sulle rovine di un antico castello con annessa chiesa e cimitero risalente al 1200. Durante la sua vita il Conte ha modificato più volte la struttura rendendola un intreccio labirintico di camere dai variopinti stili, torri e scalette. Nel 1896 è passato al figlio adottivo Mario Venturoli Mattei che l'ha abitato (e anch'esso modificato) con la sua famiglia fino al 1956, quando, a causa delle difficoltà di mantenimento dovute agli anni della guerra è stato venduto per pochi soldi a Elena Sapori, moglie di Primo Stefanelli, un commerciante di Vergato (detto il Mercantone). Precedentemente, però, non riuscendo a trovare un acquirente, era stato offerto gratuitamente al Comune di Bologna, il quale, impegnato nella ricostruzione del dopoguerra, l’aveva rifiutato. La famiglia Stefanelli ha modificato malamente la struttura per renderla un'attrazione turistica, sono stati creati un falso pozzo rasoio e delle false prigioni in stile medioevale, ignorando completamente la storia reale di questa meravigliosa abitazione. Nel 1986 il castello viene chiuso perchè sono state trovate irregolarità e fino al 2005 è rimasto nel più totale abbandono, sia da parte dei proprietari che delle istituzioni governative che dovevano tutelarlo. Finalmente la salvezza è arrivata nell'ottobre del 2005 quando è stato venduto alla Fondazione Carisbo. Con grande felicità possiamo annunciare che il castello è finito nelle migliori mani possibili ed in un futuro speriamo non troppo lontano sarà riaperto al pubblico.


LE ORIGINI
testo tratto dal "CALINDRI" – Dizionario Anagrafico (voce Savignano)

Il territorio di Savignano di Reno, nel quale abbiamo trovato i più belli ed i più grandi pezzi e macigni di pietra cittadina, di quanti veduti ne abbiamo in tutto il montano distretto bolognese comprende quattro borghetti compresi in questa parrocchia; cioè: La Collina di famiglie 5. Monteleone di famiglie 2. Le case di sotto di famiglie 11. Il palazzo di famiglie 3.
Vien compreso tra i diciotto castelli dati in feudo, per un Astore e due Branchi da passarsi ogni anno alla Camera di Roma, ad Alberto da Maregone Conte di Prato, circa il 1216 da Onorio III, questo Castello di Savignano, come rilevasi da un Breve dello stesso Pontefice in data di 18 di Febbraio del 1221 dal Laterano l'anno quinto del suo Pontificato. Da quanto Onorio asserisce nel suddetto Breve, e da quanto rilevasi dal tenore di altro Breve, dallo stesso in data 20 Marzo del 1226 diretto al Suddiacono di Alatri, sembraci, che questo Castello di Savignano si credesse in allora appartenente alla gran contessa Matilde, ed è certo, che di questo, e non dall'altro modenese, si parla nel primo de' citati Brevi. Fu agitata la questione in Consiglio di Bologna sopra la legittimità dei privilegi di alcune Castella nel 1224, e prescelti a decidere la cosa con la scorta della bilancia del giusto i tre giureconsulti più famosi di quella età cioè Odofredo Danar, Rolando dal Geffo, e Senzanome Pipini, pronunciarono concordemente, che tra le terre le quali non avevano privilegio indubitato eravi Savignano di Reno. Nel 1293 ordinò lo stesso Consiglio che si rovinasse con altre Castella questo, di cui trattiamo. Nel 1303 fu dal Consiglio ordinato, che si riattasse il ponte di Savignano conosciuto ora sotto il nome di Ponte di Riola, fabbrica di cinque archi, e situata a traverso del Reno, dove dividesi la via maestra che fuori di Saragozza da Bologna si parte e costeggiando va il suddetto Fiume, con un ramo inoltrandosi verso i Bagni della Porretta, coll'altro fu per la terra dei Monti di Savignano, di Casio, di Suviana, di Badi alla volta di Pistoia.
Dalle suddette memorie non vien posto in chiaro come, quando, o da chi sia stato fatto e costrutto questo Castello, come prendesse il nome di Savignano, come e perché appartenesse alla gran Matilde, come e perchè e quando ne entrassero al possesso libero i bolognesi; nodi tutti che lasceremo la gloria di scioglierli agli eruditi patrii, nel caso che ad essi tocchi in forte di potere rinvenire quelle opportune notizie, che a noi mancano.
Fu certamente questo luogo la patria di alcuni ricchi possidenti, e Signori di distinzione, come rilevasi dalle partite di frammenti degli estimi conservati nel pubblico archivio ed appartenenti agli anni 1288, 1305, 1350, da memoriali conservati nello stesso, da quali si fa palese esservi stati frà Cavalieri Gaudenti Fr. Bonaventura di Guido nel 1283, Frà Lanza di Albertino nei 1288, e Frà Ugolino nel 1354, e dalla nota di quelle famiglie del partito geremeo le quali fecero fare co' Lambertazzi nella pubblica piazza l'anno 1279. Appartenne quella Chiesa nel 1366 al plebanato di Verzuno come tuttora gli appartiene, abbenchè nel catalogo del Montieri non siavi registrata; ma se il diritto di collazione abbia o no appartenuto in quella metà alla Metropolitana, come ora gli appartiene, non abbiam presente memoria alcuna per poterlo dilucidare. Fu come di sopra abbiamo veduto, dato in feudo questo luogo circa il 1215 al Co. Alberto da Mangone; ne fu investito dal 1470 Virgilio Malvezzi, nel 1514, e non nel 1515, come dice il Dolfi nella sua Cronologia, alli 17 di ottobre fu conceduto da Leone X ad Antonio di Bartolomeo Volta unitamente a Vigo, ed a Verzuno, ed allo stesso fu confermato nel 1528 da Clemente VII alli 22 di Marzo.


LA ROCCHETTA
testo tratto da “IN ROCCHETTA CON CESARE MATTEI” di Arturo Palmieri

Ai viaggiatori, che percorrono la strada ferrata o, meglio ancora, la carrozzabile Bologna-Porretta, non è facile che sfugga la vista di una costruzione caratteristica che domina l'orizzonte fra Vergato e Riola. E' un gruppo vario e leggiadro di torri, alcune sottili a guisa di minareti con guglie variopinte e cupole dorate, altre più grosse con pinnacoli a forma di merli, cinto di mura massicce che, visto da lontano, richiama alla mente quelle città medioevali in miniatura scolpite dai nostri artisti accanto a Santi e Madonne. E' la Rocchetta Mattei, così chiamata dal Conte Cesare Mattei, che la ideò e fece costruire. Sorge in territorio di Savignano, parrocchia del Comune di Grizzana. Questo Savignano fu chiamato, nel Medio Evo,
Longareno perchè costeggia a ponente e settentrione il fiume Reno mentre a levante tocca il Limentra.
La Rocchetta Mattei è notissima nel territorio bolognese, ed un tempo è stata famosa in Europa, anzi nel mondo fra i seguaci dell’elettromeopatia, branca di scienza medica, o, per essere più esatti, sistema di cura studiato e praticato con grande entusiasmo ed altrettanto profitto dal Conte Cesare Mattei. Questo metodo richiamò infermi da ogni parte della terra. Oggi la Rocchetta è meta di turisti. E' una rarità della Montagna bolognese. Nel 1925 fu visitata in forma ufficiale da S. A. R. il Principe di Piemonte.
L'insieme di edifici che forma il castello odierno è di fattura recente, ma nel Medio Evo vi fu un fortilizio, che appartenne agli imperatori Federico Barbarossa ed Ottone IV e, per lo avanti, era stato in dominio della Contessa Matilde, che vi tenne come custode un suo vassallo fidato, Lanfranco da Savignano. La necessità della difesa del passaggio sul Reno rese prezioso questo castello ai Sovrani del tempo. Caduto in potere dei Bolognesi, ed assicurato il dominio verso quella parte della montagna mediante una linea difensiva più avanzata presso le terre toscane, il fortilizio divenne inutile. Fu distrutto nel 1293.
La tradizione feudale ed i nomi degli illustri dominatori passati lasciarono ricordi. Le molte generazioni che si seguirono guardarono ai ruderi con orgoglio e venerazione. Forse i discendenti dei nobili Signori di quella terra mantennero residenza per molti anni accanto alle vestigia del l'antica potenza. Una vecchia casa prossima alla Rocca si chiama
Palagio o Palazzo, nome che è indizio di sovranità. Nel luogo ove fu il castello di Savignano rimase fino al 1630 la chiesa parrocchiale e vicino a questa il cimitero, abbandonato dopo la famosa peste di quell'anno che lo dimostrò insufficiente.
Gli avanzi del distrutto castello esistevano ancora nel 1780 proprio sopra il Palagio in un alto isolato scoglio in riva al Limentra e li vide il Calindri. E' la località sulla quale sorge ora la
Rocchetta. Questa fu cominciata nel 1850. Si racconta che, prima di scegliere quel posto, Cesare Mattei ne avesse visitati parecchi. Sette città greche si contendevano l'onore di aver dato i natali ad Omero, ma più sono i poggi della nostra montagna che si vantano di essere stati notati dal Conte Matte per la sua costruzione. Quello di Savignano fu il preferito per molte ragioni. La comodità dell'accesso, l'isolamento del rialzo roccioso formante un gigantesco piedistallo naturale, la situazione del luogo sulla confluenza dei fiumi Limentra e Reno le vallate dei quali domina sovrano questo scoglio in faccia al pittoresco gruppo di Montovolo e Monvigese, offrono veramente una attrattiva, che non ha confronti. Ed il Conte Mattei seppe così bene intonarvi il suo edificio da farlo sembrare scaturito di sotto terra quasi frutto strano e rigoglioso di quella affascinante regione. Lo stile che prevale è il moresco, ma non mancano motivi di architettura italiana medioevale e moderna. Dico subito che invano cercheremmo una nota originale. Tutto è imitazione; sempre però indovinata e felicemente adattata all'ambiente.
La porta principale si apre di faccia alla carrozzabile Riola-Castiglione in prossimità dell'antica casa del Palagio oggi trasformata ed abbellita. Una iscrizione in alto ricorda l'origine ed il compimento dell'edificio con le parole seguenti:
“Il Conte Cesare Mattei - sopra le rovine di antica rocca - edificò questo castello dove visse XXV anni - benefico ai poveri - assiduamente studioso - delle virtù mediche dell'erbe - per la qual scienza ebbe nome in Europa - ed era cercato dagli infermi il suo soccorso - Mario Venturoli Mattei - compiè l'edificio - e secondo il voto di lui - nel X anno dalla morte - ne portò qui le ceneri - con amore e riconoscenza di figlio - il III Aprile MCMVI”.
Larga e comoda scala conduce ad un ripiano che è vestibolo del corpo abitato. Un ippogrifo è a guardia dell'entrata, per la quale si passa in un bel cortile scavato nella roccia. Due gnomi a guisa di cariatidi sostengono lo stipite di una porta di faccia. Il catino monolite che occupa il centro proviene dalla parrocchiale di Verzuno ove serviva da battesimale. Fu in sto cortile, nell'angolo a sinistra di chi entra ove sporge la nuda roccia, che Cesare Mattei nel 5 Novembre 1850, alla presenza di pochi amici fra cui l' lng. Domenico Nanni-Levera, pose la prima pietra della grandiosa costruzione, da lui chiamata col vezzeggiativo di Rocchetta.
Dallo stesso lato un uscio si apre verso andito opaco in fondo al quale una scaletta in penombra conduce al magnifico loggiato noto, non si sa perché, sotto il nome di Loggia Carolina, (vedasi n. 6 della planimetria) che dà a chi entra l'illusione di trovarsi d'incanto in un sontuoso palazzo orientale. La scala della Torre conduce, attraverso un ponte levatoio, ad una stanzetta dalle finestre piccole e dal soffitto a piramidi sottili accuminate, o stallatiti, che fu la camera da letto del Conte Cesare Mattei (vedasi n. 7 della planimetria). Vi sono ancora conservati i mobili che la corredavano al suo tempo e le molte pipe di varie grandezze e forme, delle quali fece uso. Quasi di fronte è la scala delle visioni dove una fantasia allegorica nella volta rappresenta la nuova scienza omeopatica che vince la vecchia medicina. I due distici seguenti del latinista abate Giordan, nizzardo, amico del Mattei e ospite in Rocchetta, celebrano la vittoria:
Finxerat. Haec. Deus. Huc Immissa. Luce. Superne Signavitque. Umbras. Lumine. Ducta. Manus Hisce. Nova. Ex. Herbis. Mundo. Medicina. Paratur Hinc. Vetus. Ella. Fugit. Victima. Strata. Jacet
Bella, ingegnosa scala di quercia porta alla sala inglese sull'alto del torrone principale (vedasi n. 12 della planimetria). Il balcone accanto guarda un orizzonte superbo. Ridiscesi nella Loggia Carolina troviamo a destra la camera bianca (vedasi n. 13 della planimetria) e poscia la camera turca: (vedasi n. 15 della planimetria) nomi che bastano a descrivere gli ambienti. Dopo un breve tratto di roccia scoperta, rupe e balcone ad un tempo, vi è il cortile dei Leoni, la parte meglio riuscita dell'intero edificio; felice riproduzione del cortile dell'Alhambra, (vedasi n. 21 della planimetria) la famosa fortezza di Granata. A lato del cortile dei Leoni è l'ingresso ad una specie di vasta cantoria, che sovrasta l'interno della chiesa del castello. Entro un'arca rivestita di colorate maioliche sono le ossa di Cesare Mattei (vedasi n. 23 della planimetria). Nessun nome; un motto:
“Anima requiescat in manu Domini”. E accanto a questo uno squarcio di astronomia, che invita l'uomo a meditare sulla immensità dello spazio: “Diconsi stelle di XVI grandezza e tanto più lontane sono che la luce loro solo dopo XXIV secoli arriva a noi. Visibili furono esse coi telescopi Herschel. Ma chi narrerà delle stelle anche più remote: atomi percettibili solo colle più meravigliose lenti che la scienza possegga o trovi? Quale cifra rappresenterà tale distanza che solo correndo per milioni d'anni la luce alata valicherebbe? Uomini udite: oltre quelle spaziano ancora i confini dell'Universo !”.
Piena la mente dell'infinito ripassiamo dal cortile dei Leoni ed entriamo nel ricco, vivace, allegro salone della pace (vedasi n. 29 della planimetria). Usciamo per attraversare la sala della musica (vedasi-n. 20 della planimetria) e visitare la chiesa, (vedasi n. 22 della planimetria) che è imitazione della cattedrale di Cordova. Accanto alla chiesa è il salone dei novanta (vedasi n. i della planimetria), così chiamato perchè il Conte Mattei voleva in quello tenere un convito di vecchi nonagenari quando avesse raggiunta questa età. Morì prima del tempo senza aver vista la sala compiuta, che fu condotta a termine dal figlio adottivo Mario Venturoli Mattei. Si esce nel parco rigoglioso e da qui una elegante scala in macigno conduce alla carrozzabile Castiglione-Riola. Varie costruzioni minori destinate un tempo a locali di servizio ed oggi trasformate in villette graziose coronano il corpo principale.
Il complesso degli edifizi, che ho descritti, esistevano durante la vita di Cesare Mattei e la maggior parte erano finiti. Quelli incompleti furono terminati dal figlio che con vero amore condusse a compimento l'opera tanto cara al defunto. A lui sono dovuti, oltrechè la definitiva sistemazione della sala dei novanta, la ricca decorazione e disposizione della sala della Pace, così chiamata in omaggio alla fine vittoriosa della grande guerra, la sala inglese ed altre opere minori.


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